Pubblicato da: lefontaneromane | 25 giugno 2010

ASTRAMBIENTE presenta: L’elefantino di Bernini

In Piazza della Minerva, sul lato destro del Pantheon, compare una piccola figura un po’ statica. Un elefantino saluta il nostro arrivo sollevando la proboscide, appesantito dal peso dell’obelisco che tiene sul dorso. Nulla ci farebbe pensare ad un’opera del Bernini, se non forse lo sguardo allegro e quasi furbesco dell’animale; che Bernini riesca anche a trasfondere la propria anima nelle sculture che realizza…? Altamente probabile, pensiamo mentre ricambiamo lo sguardo dell’elefantino.

 Verso la fine del 1655, nel giardino del convento domenicano che si affaccia sulla Piazza, venne alla luce un obelisco di granito rosa, alto più di cinque metri e riccamente istoriato di geroglifici.

Il frate gesuita Atanasius Kircher, storico collaboratore e “compagno” di studi del Bernini, si recò immediatamente sul posto per decifrare i geroglifici; traduzione, questa, che il padre gesuita affidò poco dopo alle stampe, dedicandola a Papa Alessandro VII. Forse per ricambiare la cortesia del padre gesuita, Papa Alessandro VII affidò a Kircher l’incarico dell’estrazione e di un nuovo innalzamento dell’obelisco. Il passo che portò a Bernini fu certamente breve.

 Inizialmente, per sorreggere il pesante ed alto obelisco, Bernini aveva pensato ad un gigante; tuttavia, il suo progetto non incontrò i favori dei committenti, nella fattispecie i frati domenicani ed in particolar modo Padre Paglia, Abate del convento prospiciente la piazza. La scelta del soggetto destinato a sorreggere l’obelisco fu influenzata da un’opera del frate domenicano Francesco Colonna, la Hypnorotomachia Poliphili (la battaglia d’amore in sogno di Polifilo), dove il protagonista, nel corso di una bizzarra avventura onirica, incontrava un elefante con un obelisco sul dorso.

 

Rassegnato, Bernini realizzò l’elefantino commisionatogli; i domenicani, però, evidentemente ostili al Bernini, rimproverarono all’opera di essere appoggiata sul basamento marmoreo solo con le zampe e dunque di avere uno spazio vuoto che avrebbe potuto causare un rovinoso ed umiliante crollo (“niuno perpendicolo di pondo non debi sotto a sé habere aire overamente vacuo, perché essendo intervacuo non è solido né durabile”). Inutile perfino l’evidenza della grotta “vuota” che tuttora sostiene l’obelisco della Fontana dei Quattro Fiumi; non era la prima volta che Bernini lavorava, per così dire, nel vuoto. Sempre più rassegnato e punto nell’orgoglio di scultore, Bernini cercò di mascherare il cubo di marmo che ancora sorregge l’elefantino con una pesante ed elaborata gualdrappa di marmo; l’opera sembra quasi estranea alla produzione berniniana.

                                                                                                                       

Dopo il suo innalzamento nella piazza, avvenuto l’11 luglio 1667 (nel frattempo il papa era morto da una quarantina di giorni), la gente cominciò a chiamarla il Porcino della Minerva. In seguito il nome mutò in Pulcino forse per un semplice motivo fonetico: persosi col passare del tempo il ricordo del fatto, porcino fu probabilmente confuso con purcino, che è appunto la forma dialettale romana per pulcino.

 

 Per vendicarsi delle tante critiche a cui era stata sottoposta la propria opera, Bernini sceglie di posizionare l’elefantino in modo che rivolga il dorso all’entrata del convento domenicano; non solo, dopo quella che sembra un’evidente mancanza di rispetto nei confronti dei domenicani, il nostro caustico Bernini fa spostare la coda dell’elefante in un irriverente e divertito saluto ai domenicani.

                                                                                                          

 Oltre al significato religioso, secondo cui l’obelisco rappresenta l’antica saggezza e l’elefante la pietà e l’equilibrio della mente, Bernini, da genio come lo conosciamo, aggiunge la propria personale firma all’opera. Non fa nulla di simile all’irosa firma martellata da Michelangelo alla Pietà, quando essa non fu riconosciuta come sua opera; fa qualcosa di più. Il suo nome non è scritto sul marmo, la sua mano non perfettamente riconoscibile nelle linee dell’opera. La vera firma che Bernini appone all’opera è lo sguardo innocente dell’elefante contrapposto al suo irrispettoso saluto ai domenicani, l’intelligenza contrapposta alla grettezza, la furbizia all’invidia. Bernini studia, si informa, si guarda intorno; è una mente vorace, affamata di studio e di sapere, è proprio la robusta mente necessaria per  sorreggere una solida sapienza di cui parla l’elefantino; è solo che i domenicani non avevano fatto i conti con questo aspetto della personalità del  Bernini, si erano limitati a criticarlo, opponendo il potere, il proprio tenere il coltello dalla parte del manico alla sua estrosità artistica. Ma Bernini non si fa sottomettere da queste critiche, dall’ignoranza e dalla grettezza che troppo spesso chi ha il potere ha opposto ai geni; e risponde a tono, con il proprio tono ai frati domenicani, ricordandoci che non è sempre giusto ribellarsi con la violenza ai propri oppositori. A volte basta la coda di un elefantino per provocare un’esplosione più forte di tante bombe e tante armi. Quale migliore arma del proprio cervello?                                                                 

Silvia

  


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